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Stay Foolish …parola di Steve Jobs

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Essendo un felice ed appassionato utente della Mela morsicata da ormai alcuni anni, non posso fare a meno di citare un articolo uscito su L’Espresso di questa settimana; questo non è altro che la traduzione, fatta da Antonio Dini, di un famoso discorso tenuto da Steve Jobs per i laureandi dell’università di Stanford nel 2005. A mio parere è un discorso che trasmette una fortissima energia e voglia di fare, per questo lo riporto integralmente e ne faccio il mio augurio a tutti per questo nuovo anno.—-

Voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie. La prima storia è su una cosa che io chiamo ‘unire i puntini’ di una vita. Quand’ero ragazzo, ho abbandonato l’università, il Reed College, dopo il primo semestre. Ho continuato a seguire alcuni corsi informalmente per un altro anno e mezzo, poi me ne sono andato del tutto. Perché l’ho fatto? è iniziato tutto prima che nascessi. La mia mamma biologica era una giovane studentessa universitaria non sposata e quando rimase incinta decise di darmi in adozione. Voleva assolutamente che io fossi adottato da una coppia di laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare sin dalla nascita da un avvocato e sua moglie.

Però, quando arrivai io, questa coppia – all’ultimo minuto – disse che voleva adottare una femmina. Così, quelli che poi sarebbero diventati i miei genitori adottivi, e che erano al secondo posto nella lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete?”. Loro risposero: “Certamente!”. Più tardi la mia mamma biologica scoprì che questa coppia non era laureata: la donna non aveva mai finito il college e l’uomo non si era nemmeno diplomato al liceo. Allora la mia mamma biologica si rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Questo è stato l’inizio della mia vita.

Così, come stabilito, parecchi anni dopo, nel 1972, andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno troppo costoso, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi non riuscivo a trovarci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta una vita.

Così decisi di mollare e di avere fiducia, che tutto sarebbe andato bene lo stesso.

Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso in vita mia.

Nel momento in cui abbandonai il college, smisi di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a entrare nelle classi che trovavo più interessanti.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca-Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e potermi comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio degli Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all’epoca offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del Paese. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri con e senza le ‘grazie’, capii la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, compresi che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era bello, ma anche artistico, storico, e io ne fui assolutamente affascinato.

Nessuna di queste cose, però, aveva alcuna speranza di trovare un’applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo per il Mac. è stato il primo computer dotato di capacità tipografiche evolute. Se non avessi lasciato i corsi ufficiali e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente, all’epoca in cui ero al college era impossibile per me ‘unire i puntini’ guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.

Insomma, non è possibile ‘unire i puntini’ guardando avanti; si può unirli solo dopo, guardandoci all’indietro. Così, bisogna aver sempre fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Bisogna credere in qualcosa: il nostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Perché credere che alla fine i puntini si uniranno ci darà la fiducia necessaria per seguire il nostro cuore anche quando questo ci porterà lontano dalle strade più sicure e scontate, e farà la differenza nella nostra vita. Questo approccio non mi ha mai lasciato a piedi e, invece, ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita

Io sono stato fortunato: ho scoperto molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Steve Wozniak e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in dieci anni Apple è diventata – da quell’aziendina con due ragazzi in un garage che era all’inizio – una compagnia da 2 miliardi di dollari con oltre 4 mila dipendenti.

Nel 1985 – io avevo appena compiuto 30 anni e da pochi mesi avevamo realizzato la nostra migliore creazione, il Macintosh – sono stato licenziato.

Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta, avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose erano andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il consiglio di amministrazione si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era saltato e io ero completamente devastato.

Per alcuni mesi non ho saputo davvero cosa fare. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me; come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley.

Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non aveva cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti, consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, ‘Toy Story’, e adesso è lo studio di animazione di maggior successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono tornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. Mia moglie Laurene e io abbiamo una splendida famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. è stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente.

Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non bisogna perdere la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Bisogna trovare quel che amiamo. E questo vale sia per il nostro lavoro che per i nostri affetti. Il nostro lavoro riempirà una buona parte della nostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è di fare quello che riteniamo essere un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che facciamo. Chi ancora non l’ha trovato, deve continuare a cercare. Non accontentarsi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie d’amore, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, bisogna continuare a cercare sino a che non lo si è trovato. Senza accontentarsi.

La terza storia è a proposito della morte.

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, un giorno avrai sicuramente ragione”. Mi colpì molto e da allora, negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.

Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che abbiamo sempre qualcosa da perdere. Siamo già nudi. Non c’è ragione, quindi, per non seguire il nostro cuore.

Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la Tac alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Prima non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile, che sarei morto entro i prossimi tre, al massimo sei mesi. Quindi sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi addio.

Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini, per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso, per fortuna, sto bene.

Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche l’unica per qualche decennio. Essendoci passato attraverso, adesso posso parlarvi con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte per me era solo un concetto astratto.

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso, in realtà non vogliono morire per andarci. Ma la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita. è l’agente di cambiamento della vita.
Spazza via il vecchio per far posto al nuovo.

Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero un ragazzo, c’era un giornale incredibile che si chiamava ‘The Whole Earth Catalog’, praticamente una delle bibbie della mia generazione. è stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci aveva messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine per scrivere, forbici e foto Polaroid. è stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di ‘The Whole Earth Catalog’ e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono l’ultimo numero. Era più o meno la metà degli anni Settanta. Nell’ultima pagina di quel numero finale c’era la fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: ‘Stay Hungry. Stay Foolish’, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish: io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish.

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Sony non rinuncia al futuro dei dispositivi mobili multimediali: arriva mylo!

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Ormai le multinazionali dell’ hi-Tech sembrano essere convinte che nel prossimo futuro i loro ricavi saranno legati sempre di più alla diffusione dei dispositivi portatili multimediali. L’ iPod della Apple ha dimostrato che un mercato di questo genere già esiste ed è anche molto lucroso, tanto da aver risollevato da solo le sorti di un’azienda in forte crisi come la Apple della fine degli anni ‘90.
iPod ha fondato il suo successo sulla musica e di recente ha iniziato ad allargarsi anche ai video e probabilmente i progetti sono quelli di andare ancora oltre.
Le altre aziende, dopo molti tentativi falliti di portare uno scontro frontale al gioiellino della mela, sembrano ora aver scelto un’altra strada; posto che il futuro sarà quello di un dispositivo che offra un’esperienza multimediale completa, allora perchè non partire da quello che l’iPod ancora non offre, in modo da creare un proprio ecosistema complementare a quello dell’ iPod e rimandare lo scontro frontale a quando tutti(iPod compreso) saranno obbligati a convergere sul terreno comune del dispositivo portatile definitivo?
La prima azienda ad aver scelto questa strada alternativa è stata la Nokia con il suo 770, un dispositivo portatile con funzionalità wireless ed uno schermo da 800X600 pixels, che permette una fruizione ottimale del browsing web in ogni luogo; il 770 ha avuto un successo inaspettato anche dalla stessa azienda produttrice, che inizialmente lo aveva lanciato quasi in sordina per testare un po’ il mercato e ora se ne attende già il successore.
Un’altra azienda che proprio non vuol perdere questo treno è la Sony; dopo un primo fallimetare tentativo, accompagnato da ingenti investimenti, di uno scontro diretto con Apple, ora la casa nipponica ci riprova sposando la filosofia di Nokia e lanciando un prodotto nuovo con funzionalità wireless, possibilità di gestire musica e video e molto improntato su navigazione web ed instant messaging, con accordi diretti con Yahoo, Google e Skype per preinstallare i loro client sul dispositivo.
Il prodotto si chiama mylo ed uscirà a settembre al prezzo di circa $350 e per chi volesse saperne di più questo è il link al sito ufficiale della Sony, mentre qui potete trovare un video che ne mostra le funzionalità.
Chissà che, mentre tutti parlano dell’entrata in campo di Microsoft col suo clone dell’ iPod, i veri antagonisti da cui Apple si dovrà difendere in futuro non saranno proprio Nokia e Sony.

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Diamo un’occhiata al futuro delle interfacce uomo-computer

interfacceDa alcuni gironi è iniziato a circolare in rete un filmato relativo alla presentazione fatta all’Etech da Jeff Han, consulente del Dipartimento di Computer Science della New York University.

In questo filamto Han presenta un suo progetto denominato multi-touch interaction che risulta essere a dir poco impressionante, ma per capire di cosa si tratta partiamo da un po’ di storia contemporanea riguardo all’interazione tra uomo e macchina.
Da ormai molti anni l’evoluzione delle interfacce dei sistemi operativi ha subito un forte arresto se pensiamo che l’ultima vera rivoluzione deve essere ricercata nell’invezione dell’interfaccia a finestre unita all’utilizzo del mouse(invenzione che risale alla fine degli anni ’70 ad opera dei laboratori Xerox di Palo Alto).
Da quel giorno ad oggi l’hardware dei computer ha subito un’evoluzione mostruosa mentre non si può dire lo stesso per il software, sono aumentati a dismisura i software disponibili, abbiamo moltissimi programmi diversi che ci aiutano a fare le attività più disparate e questo è sicuramente un bene, però per quanto riguarda i metodi di interazione con la macchina siamo assolutamente fermi a 20 anni fa.
Per avere una panoramica sulla situazione attuale basta guardare la povertà dell’interfaccia del sistema operativo in assoluto più diffuso al mondo, Windows XP, e paragonarla a quella nata più di 10 or sono sempre in casa Microsoft di Windows 95, da questo punto di vista le differenze sono davvero minime, se si escludono alcuni abbellimenti grafici necessari a dare una certa sensazione di novità agli utenti.
Se dalla Microsoft non sembrano arrivare grosse novità, un minimo di freschezza la si può vedere nei sistemi operativi alternativi a Windows come l’os X di Apple con la sua interfaccia Aqua e Linux con le due più famose GUI KDE e Gnome, in questo caso si nota un tentativo di rompere i soliti schemi e di implementare nuovi effetti grafici che rendono più piacevole l’utilizzo dell’interfaccia, ma anche questi esempi, pur essendo sicuramente più promettenti di Windows, non segnano sicuramente un vero salto di generazione.
Passando dai prodotti reali che si possono trovare in commercio ai progetti e prototipi in fase di sviluppo, una ventata di novità sembrava poter arrivare dalla Sun che in uno dei numerosi tentativi di ritrovare lo smalto di un tempo aveva mostrato alcune immagini ed un filamto relativi ad un suo progetto per una interfaccia con numerosi effetti 3D che permettevano di andare oltre le limitazioni esistenti in un utilizzo del desktop a 2 dimensioni, il progetto si chiama Looking Glass ma, al momento, non sembra probabile una sua prossima uscita sul mercato.
Ma adesso toriniamo alla notizia da cui siamo partiti, Jeff Han è riuscito ad elaborare qualcosa di veramente innovativo, che potrebbe finalmente aprire la strada ad una nuova rivoluzione nel modo di intendere l’interazione col desktop; nel video si vede una persona che interagisce con uno schermo sensibile al tocco usando entrambe le mani, quindi non un semplice touch screen, ma un sistema che è in grado di gestire contemporaneamente più input sullo schermo, e questo permette di amplificare a dismisura le possibilità di interazione con lo schermo rendendo molto più semplici ed intuitive le azioni che si eseguono solitamente ed aggiungendone di nuove; per dare l’idea del grado di innovazione portato da questo progetto, molti lo paragonano all’interfaccia usata da Tom Cruise nel futuristico Minority Report(derivato da un racconto del genio visionario P.K.Dick).
Sperando di vedere al più presto delle implementazioni concrete di questa tecnologia, penso che il modo migliore per rendersi conto delle sue potenzialità vederla all’opera a questo indirizzo …buon divertimento!!

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