Uno Ziggurat futuristico ospiterà un milione di persone
Scritto da admin in Energie Rinnovabili il 26 agosto 2008
офис обзавежданеUna società che si occupa di architettura ambientale con base a Dubai si appresta a presentare un progetto di città del futuro, completamente autosufficiente dal punto di vista energetico e simile esteticamente agli Ziggurat dell’antica Mesopotamia, dei quali riprende anche il nome. Timelinks, questo il nome della società, propone un concetto di città edificio, con una base di 2,3 chilometri quadrati ed una forma piramidale; la Ziggurat sarebbe completamente autosufficiente dal punto di vista energetico, sfruttando risorse come il vapore ed il vento e la superficie recuperata sviluppando la struttura in altezza, verrebbe riutilizzato per parchi e campi dedicati all’agricoltura, in modo da creare una simbiosi con la natura circostante.
La megastruttra potrebbe ospitare più di un milione di persone e per gli spostamenti è prevista una rete di trasporti in grado di trasportare le persone in modo capillare in orizzontale e verticale, rendendo così inutile l’utilizzo delle automobili.
Il progetto è sicuramente ambizioso e forse rimarrà tale per molto tempo, ma considerando la nazione di appartenenza della Timelinks, non mi stupirei di vederlo realizzato prima o poi; intanto per chi si trovasse a Dubai il prossimo mese, potrebbe vedere il progetto presentato nel dettaglio al Cityscape Dubai che si terrà l’8 e 9 Ottobre 2008 al Dubai International Exhibition Centre.
Come qualche esperto ha già commentato, resta da vedere se le persone in futuro vorranno davvero vivere la loro vita all’interno di una Piramide di 2 chilometri quadrati…
Arriva in Italia Pleo, il dinosauro del futuro

Pleo
Sta cominciando in questi giorni anche in Italia la distribuzione di Pleo, il piccolo dinosauro robot prodotto dalla Ugobe.
Pleo è già molto famoso negli Stati Uniti, dove ha avuto un successo incredibile e sembra essere il più che degno erede dei noti Furby e Aybo. Il robot “giocattolo”, delle dimensioni di 50 centimetri per un chilo di peso, è studiato per ricevere e dare emozioni interagendo con l’ambiente circostante e con gli esseri umani, in questo modo cresce e si evolve nel tempo; non è facile capire quanto sia reale la sua somiglianza con un animale domestico senza averlo visto di persona, all’apertura della scatola Pleo reagisce come un piccolo appena nato e piano piano inzia a reagire agli stimoli e a prendere confidenza con chi gli sta attorno. Pleo è davvero la forma di vita artificiale più evoluta mai creata per uso domestico, basti pensare che è dotato di 8 sensori epidermici, 4 sensori sotto le zampe, sistema visivo con videocamera, due microfoni e 14 sensori force feedback, il tutto comandato da 2 microprocessori a 32 bit per l’elaborazione centralizzata e delle immagini e 4 sottoprocessori a 8 bit per il controllo motore. Mi sembra chiaro che non stiamo parlando di un giocattolo, ma del primo esemplare di un nuovo segmento di mercato che nel prossimo futuro potrebbe subire una crescita esponenziale.
Pleo è distribuito in Italia dalla torinese E-Motion e fino alla fine di Settembre sarà venduto in esclusiva negli store Mondadori e Fnac, per chi invece volesse dargli un’occhiata più approfondita online, il sito italiano è www.pleoworld.it.
In Corea i grattacieli vogliono farli costruire ai robot
Continua la corsa Coreana per diventare il paese con la più alta penetrazione di robot al mondo, e la prossima sfida sembra essere quella di sviluppare dei robot in grado di sostituirsi agli operai umani nella costruzione di grattacieli e altri edifici in condizioni di pericolo molto elevate.
Il progetto costerà 12 milioni di Euro e promette di creare tutta la filiera necessaria e di sostituire gli operai con i robot entro il 2010, i benefici a detta dei promotori vanno dal risparmio in termini economici e di tempi realizzativi al drastico ridimensionamento degli infortuni nei cantieri; sembra che la tecnologia necessaria sia già disponibile e in ballo ci sono 12 brevetti per realizzare i robot che costruiranno gli edifici del futuro.
Robot Land

Sta per nascere la prima città dei robot; sicuramente adesso molti di voi staranno iniziando ad immaginare scenari fantascientifici alla AI(Artificial Intelligence), con robot di tutti i tipi che vagano per la città vivendo la loro “vita” al fianco degli esseri umani, si è vero, la fantasia galoppa, ma purtroppo (o per fortuna) devo riportarvi alla realtà. Davvero sta nascendo la prima città dei robot, si chiamerà Robot Land e tutto questo avverà al più tardi nel 2009 nella avanzatissima Corea del Sud, Robot Land sarà però un territorio interamente dedicato all’industria della robotica, con tanto di fabbriche, centri di ricerca e di progettazione, e non mancherà neanche uno stadio per ospitare competizioni tra i robot.
Il progetto richiederà un investimento di 530 milioni di dollari e c’è da scommettere che ne renderà molti di più …almeno fino a quando i futuri robo-abitanti di Robot Land non penseranno di chiedere l’indipendenza!
Dove c’è metano c’è vita …forse!

Finora tutti gli esperimenti atti a scoprire l’esistenza di una qualche forma di vita su Marte hanno puntato sulla ricerca dell’acqua, forti della convinzione che dove c’è acqua c’è vita. Adesso però i ricercatori della NASA hanno deciso di puntare in un’altra direzione, cercheranno tracce di metano sul pianeta rosso e lo faranno tramite un drone a reazione. Se il progetto verrà approvato, l’aereo verrà paracadutato su Marte e quando arriverà ad un’altezza di 1,5 Km da terra il razzo di cui è dotato si attiverà, dandogli la propulsione necessaria per sorvolare la superficie del pianeta; a questo punto i sensori inizieranno a rilevare la presenza di metano fino a poche parti per miliardo e saranno anche in grado di determinare la loro provenienza, e la speranza è che si tratti di organismi viventi.
Il progetto è interessante, ma non si sa ancora se e quando verrà approvato, anche perchè non sembra che farà parte della missione prevista per il 2011.
Nano-robots a spasso nelle nostre arterie?

Alcuni ricercatori della NC State University hanno ideato una forma di propulsione che potrebbe essere utilizzata da nano-robots per muoversi all’interno del flusso sanguigno. E’ noto che da alcuni anni si stanno sperimentando dei metodi per poter arrivare con dei robot di piccolissime dimensioni all’interno del corpo umano, per poter effetuare analisi e cure in modo molto più mirato ed estremamente meno invasivo; i problemi da risolvere sono legati alla costruzione di un robot e di un sistema di propulsione di così piccole dimensioni, ma anche al modo con cui questi dovranno essere alimentati. La soluzione proposta da questi ricercatori è la propulsione a diodi, l’energia viene inviata al piccolo motore in modo remoto, eccitando il suo diodo con un campo elettrico; i problemi da risolvere restano molti, a partire dalle tecnologie costruttive di un simile robot, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, no?
Aticolo completo di NewScientistTech.com
Dean Kamen va oltre il Segway
Da alcuni giorni è apparsa in rete la notizia che il famoso inventore e imprenditore americano Dean Kamen, padre del noto Segway, sia al lavoro con la sua azienda Deka per realizzare per conto della DARPA un arto artificiale di nuova generazione, in grado di raggiungere una sensibilità tale da poter facilmente afferrare una penna o strizzare il naso di una persona; questo arto riprenderebbe quasi completamente le caratteristiche di un arto umano e sarebbe comandato da un’interfaccia neurologica.
A queste voci si aggiunge un video che circola in rete e che, pur essendo di bassa qualità, riesce comunque a dare un’idea delle carratteristiche da fantascienza che avrebbe raggiunto questa invenzione.
Stay Foolish …parola di Steve Jobs
Scritto da admin in Tech Stuff il 5 gennaio 2007

Essendo un felice ed appassionato utente della Mela morsicata da ormai alcuni anni, non posso fare a meno di citare un articolo uscito su L’Espresso di questa settimana; questo non è altro che la traduzione, fatta da Antonio Dini, di un famoso discorso tenuto da Steve Jobs per i laureandi dell’università di Stanford nel 2005. A mio parere è un discorso che trasmette una fortissima energia e voglia di fare, per questo lo riporto integralmente e ne faccio il mio augurio a tutti per questo nuovo anno.—-
Voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie. La prima storia è su una cosa che io chiamo ‘unire i puntini’ di una vita. Quand’ero ragazzo, ho abbandonato l’università, il Reed College, dopo il primo semestre. Ho continuato a seguire alcuni corsi informalmente per un altro anno e mezzo, poi me ne sono andato del tutto. Perché l’ho fatto? è iniziato tutto prima che nascessi. La mia mamma biologica era una giovane studentessa universitaria non sposata e quando rimase incinta decise di darmi in adozione. Voleva assolutamente che io fossi adottato da una coppia di laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare sin dalla nascita da un avvocato e sua moglie.
Però, quando arrivai io, questa coppia – all’ultimo minuto – disse che voleva adottare una femmina. Così, quelli che poi sarebbero diventati i miei genitori adottivi, e che erano al secondo posto nella lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete?”. Loro risposero: “Certamente!”. Più tardi la mia mamma biologica scoprì che questa coppia non era laureata: la donna non aveva mai finito il college e l’uomo non si era nemmeno diplomato al liceo. Allora la mia mamma biologica si rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Questo è stato l’inizio della mia vita.
Così, come stabilito, parecchi anni dopo, nel 1972, andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno troppo costoso, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi non riuscivo a trovarci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta una vita.
Così decisi di mollare e di avere fiducia, che tutto sarebbe andato bene lo stesso.
Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso in vita mia.
Nel momento in cui abbandonai il college, smisi di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a entrare nelle classi che trovavo più interessanti.
Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca-Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e potermi comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio degli Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.
Il Reed College all’epoca offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del Paese. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri con e senza le ‘grazie’, capii la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, compresi che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era bello, ma anche artistico, storico, e io ne fui assolutamente affascinato.
Nessuna di queste cose, però, aveva alcuna speranza di trovare un’applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo per il Mac. è stato il primo computer dotato di capacità tipografiche evolute. Se non avessi lasciato i corsi ufficiali e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente, all’epoca in cui ero al college era impossibile per me ‘unire i puntini’ guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.
Insomma, non è possibile ‘unire i puntini’ guardando avanti; si può unirli solo dopo, guardandoci all’indietro. Così, bisogna aver sempre fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Bisogna credere in qualcosa: il nostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Perché credere che alla fine i puntini si uniranno ci darà la fiducia necessaria per seguire il nostro cuore anche quando questo ci porterà lontano dalle strade più sicure e scontate, e farà la differenza nella nostra vita. Questo approccio non mi ha mai lasciato a piedi e, invece, ha sempre fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita
Io sono stato fortunato: ho scoperto molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Steve Wozniak e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in dieci anni Apple è diventata – da quell’aziendina con due ragazzi in un garage che era all’inizio – una compagnia da 2 miliardi di dollari con oltre 4 mila dipendenti.
Nel 1985 – io avevo appena compiuto 30 anni e da pochi mesi avevamo realizzato la nostra migliore creazione, il Macintosh – sono stato licenziato.
Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta, avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose erano andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il consiglio di amministrazione si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era saltato e io ero completamente devastato.
Per alcuni mesi non ho saputo davvero cosa fare. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me; come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley.
Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non aveva cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.
Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti, consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.
Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, ‘Toy Story’, e adesso è lo studio di animazione di maggior successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono tornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. Mia moglie Laurene e io abbiamo una splendida famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. è stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente.
Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non bisogna perdere la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Bisogna trovare quel che amiamo. E questo vale sia per il nostro lavoro che per i nostri affetti. Il nostro lavoro riempirà una buona parte della nostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è di fare quello che riteniamo essere un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che facciamo. Chi ancora non l’ha trovato, deve continuare a cercare. Non accontentarsi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie d’amore, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, bisogna continuare a cercare sino a che non lo si è trovato. Senza accontentarsi.
La terza storia è a proposito della morte.
Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, un giorno avrai sicuramente ragione”. Mi colpì molto e da allora, negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.
Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che abbiamo sempre qualcosa da perdere. Siamo già nudi. Non c’è ragione, quindi, per non seguire il nostro cuore.
Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la Tac alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Prima non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile, che sarei morto entro i prossimi tre, al massimo sei mesi. Quindi sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi addio.
Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini, per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso, per fortuna, sto bene.
Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche l’unica per qualche decennio. Essendoci passato attraverso, adesso posso parlarvi con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte per me era solo un concetto astratto.
Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso, in realtà non vogliono morire per andarci. Ma la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita. è l’agente di cambiamento della vita.
Spazza via il vecchio per far posto al nuovo.
Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.
Quando ero un ragazzo, c’era un giornale incredibile che si chiamava ‘The Whole Earth Catalog’, praticamente una delle bibbie della mia generazione. è stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci aveva messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine per scrivere, forbici e foto Polaroid. è stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.
Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di ‘The Whole Earth Catalog’ e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono l’ultimo numero. Era più o meno la metà degli anni Settanta. Nell’ultima pagina di quel numero finale c’era la fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: ‘Stay Hungry. Stay Foolish’, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish: io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish.
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In Corea il motto è: “Un robot in ogni casa!”

Il Ministero delle Informazioni e Comunicazioni Coreano (MIC) ha lanciato nei giorni scorsi il programma pilota per la campagna “Ubiquitous Robot Companion”, atta a diffondere la presenza dei robot all’interno delle case.
La serie pilota sarà composta da mille esemplari, suddivisi in cinque diversi modelli di robot, che verranno impiegati nelle case coreane; questa prima tornata avrà lo scopo di scovare eventuali difetti dei robot e di impostare nuove funzionalità in vista del prossimo lancio commerciale.
I robot si occuperanno di varie mansioni, come aiutare in casa, controllare i bambini, ordinare la spesa su internet e permettere il controllo dell’abitazione dall’esterno; inoltre quando questi saranno collegati in rete potranno essere aggiornati in ogni momento.
Non ci sono ancora previsioni sulla data del lancio ufficiale di questi prodotti, ma il prezzo per unità dovrebbe aggirarsi intorno ai 1000$.
Il governo prevede che entro il 2020 ci sarà un robot in ogni casa coreana e non solo nelle case, ma anche nei luoghi pubblici, il progetto pilota prevede infatti anche l’inserimento di 20 robot in aeroporti e stazioni ferroviarie per svolgere un servizio di informazione e assistenza.
Sony non rinuncia al futuro dei dispositivi mobili multimediali: arriva mylo!
Scritto da admin in Tech Stuff il 10 agosto 2006

Ormai le multinazionali dell’ hi-Tech sembrano essere convinte che nel prossimo futuro i loro ricavi saranno legati sempre di più alla diffusione dei dispositivi portatili multimediali. L’ iPod della Apple ha dimostrato che un mercato di questo genere già esiste ed è anche molto lucroso, tanto da aver risollevato da solo le sorti di un’azienda in forte crisi come la Apple della fine degli anni ‘90.
iPod ha fondato il suo successo sulla musica e di recente ha iniziato ad allargarsi anche ai video e probabilmente i progetti sono quelli di andare ancora oltre.
Le altre aziende, dopo molti tentativi falliti di portare uno scontro frontale al gioiellino della mela, sembrano ora aver scelto un’altra strada; posto che il futuro sarà quello di un dispositivo che offra un’esperienza multimediale completa, allora perchè non partire da quello che l’iPod ancora non offre, in modo da creare un proprio ecosistema complementare a quello dell’ iPod e rimandare lo scontro frontale a quando tutti(iPod compreso) saranno obbligati a convergere sul terreno comune del dispositivo portatile definitivo?
La prima azienda ad aver scelto questa strada alternativa è stata la Nokia con il suo 770, un dispositivo portatile con funzionalità wireless ed uno schermo da 800X600 pixels, che permette una fruizione ottimale del browsing web in ogni luogo; il 770 ha avuto un successo inaspettato anche dalla stessa azienda produttrice, che inizialmente lo aveva lanciato quasi in sordina per testare un po’ il mercato e ora se ne attende già il successore.
Un’altra azienda che proprio non vuol perdere questo treno è la Sony; dopo un primo fallimetare tentativo, accompagnato da ingenti investimenti, di uno scontro diretto con Apple, ora la casa nipponica ci riprova sposando la filosofia di Nokia e lanciando un prodotto nuovo con funzionalità wireless, possibilità di gestire musica e video e molto improntato su navigazione web ed instant messaging, con accordi diretti con Yahoo, Google e Skype per preinstallare i loro client sul dispositivo.
Il prodotto si chiama mylo ed uscirà a settembre al prezzo di circa $350 e per chi volesse saperne di più questo è il link al sito ufficiale della Sony, mentre qui potete trovare un video che ne mostra le funzionalità.
Chissà che, mentre tutti parlano dell’entrata in campo di Microsoft col suo clone dell’ iPod, i veri antagonisti da cui Apple si dovrà difendere in futuro non saranno proprio Nokia e Sony.
